Vorrei fare qualche considerazione su alcuni dei provvedimenti anticrisi già formalizzati o prossimi ad esserlo. Ma per chiarirne la portata partirei rispondendo ad uno studente universitario mi chiede lumi sugli effetti prociclici di Basilea 2.
Gli effetti della prociclicità li abbiamo tutti sotto gli occhi: in una fase di crisi l’effetto di Basilea 2 è quello di restringere il credito e, quindi, di aggravare la crisi stessa.
Semplificando, Basilea 2 impone alle banche un rapporto patrimonio / esposizioni verso la clientela che dipende dalla rischiosità della clientela stessa, quindi dal suo rating.
Chiarisco il tutto con esempio. Immaginiamo una banca XY che dispone di un patrimonio di 8 milioni di euro: immaginiamo ancora che in base ad una determinata rischiosità delle controparti, la banca possa erogare crediti in base ad un rapporto pari all’8% (uguale a quello richiesto da Basilea 1): potrà quindi erogare 100 milioni di crediti. In una situazione di crisi, come quella attuale, le posizioni di credito si deteriorano, il monitoraggio del rapporto banca-impresa (il controllo delle cosiddette “andamentali”) segnala inevitabilmente il peggiorare della qualità media della clientela (maggiori insoluti, sconfini, ecc.), successivamente anche i dati di bilancio della clientela segnalano le difficoltà economiche e quindi il rating medio della clientela peggiora. A fronte del nuovo profilo di rischiosità delle proprie controparti, la banca, in base a Basilea 2, vede aumentare il coefficiente di assorbimento di capitale. Ipotizziamo che il requisito salga dall’8% al 10%: questo significa che la nostra banca, a parità di patrimonio (8 milioni) potrà erogare crediti solo per 80 milioni. In pratica, dovrà ridurre le proprie esposizioni, i crediti in essere, di 20 milioni di euro (p.s. alla prima pubblicazione di questo post il termine sopra citato "andamentali", che si riferisce all'andamento del rapporto banca/impresa, era stato cambiato dal maledetto correttore ortografico in "mandamentali"... che non c'entra niente! Sorry...).
Se tutto ciò avviene a livello sistemico, e non di singola banca, è evidente che la liquidità nel sistema economico si contrae, le imprese fanno sempre più fatica a disporre delle risorse finanziarie necessarie e quindi ci sarà un nuovo insieme di imprese, pur strutturalmente sane, che vedranno peggiorare la propria situazione di liquidità, non riusciranno ad effettuare nuovi investimenti e anche il rating di queste imprese peggiorerà. Ciò, per il meccanismo illustrato sopra, potrà obbligare le banche ad un’ulteriore restrizione del credito, con un progressivo avvitamento della crisi e la materializzazione del fantomatico credit crunch.
I “Tremonti bond” e il fondo di garanzia di cui si parla in questi giorni sono la risposta tecnica giusta al problema: le banche che emetteranno i Tremonti bond potranno considerarli come patrimonio proprio ai fini di vigilanza (rientreranno nel cosiddetto Tier 1) e quindi se la nostra banca XY ne emettesse 2 milioni è come se il suo patrimonio (ai fini di Basilea 2) crescesse da 8 a 10 milioni di euro. Potrebbe quindi espandere di nuovo il proprio credito alla clientela, nell’ipotesi sopra delineata di un coefficiente del 10%, a 100 milioni.
Fuori dall’esempio, i Tremonti bond sono la base per un effetto leva che dipende dalla reale situazione della banca, ma che in generale potrà avere un valore medio di non meno di 15, ciò significa che ogni miliardo di Tremonti bond consentirà alla banche di espandere crediti per 15 miliardi.
I Tremonti bond, quindi, non servono come qualcuno può pensare, e qualcuno ha erroneamente scritto, a ripristinare un capitale bancario intaccato dalle perdite (ma quali perdite?, le banche italiane nel 2008 hanno registrato minori utili, non perdite...), ma a fornire liquidità alle banche e in proporzione potenzialmente molto più ampia al sistema economico. Per inciso, il costo di quei bond, per la banca, va rapportato alla dimensione dei finanziamenti che potrà erogare, e quindi sono un buon affare, non sono cari come si potrebbe credere vedendo il tasso nominale (e in ogni caso andrebbe rapportato alla remunerazione del capitale azionario).
Il fondo di garanzia (o i fondi), d’altro canto, può consentire alle imprese di dotarsi di una garanzia da spendere in fase di richiesta di prestiti al sistema bancario, e le garanzie sono strumenti che (a determinate condizioni) possono mitigare il rischio per la banca anche con riferimento ai requisiti di Basilea 2. E anche in questo caso sarebbe la base per un moltiplicatore: un fondo di garanzia di 1,5 miliardi di euro può ragionevolmente permettere ai confidi di garantire crediti per n volte tale importo (in ipotesi anche 60/70 miliardi di crediti).
Tutti bene dunque? Bé, certamente i provvedimenti in discorso vanno nella direzione giusta. Tuttavia perché il fondo di garanzia sia realmente efficace occorre che il provvedimento che lo fonda sia corredato da opportune cautele.
Avete mai gettato del pane ai pesci? Se l’avete fatto vi sarete accorti che alla fine sono sempre gli stessi, i più forti, a mangiare.
Temo che la situazione sia analoga, che a beneficiare dei fondi siano i soliti, temo che il fondo di garanzia possa essere molto poco “democratico”. A meno che, appunto, ci siano delle misure di contorno che assicurino non solo la trasparenza necessaria, ma anche una opportuna suddivisione del beneficio. Che i finanziamenti erogati a valere sul fondo siano distribuiti, su base locale, regionale o provinciale, per esempio, e che siano contingentati per dimensione aziendale, così che ne beneficino anche le imprese più piccole (e strutturalmente più deboli). E anche con i dipendenti più indifesi.
In effetti tutti i dati
a disposizione confermano che il tasso di crescita sui dodici mesi del credito
bancario alle Pmi è calato costantemente dal settembre del 2008,
quando è iniziata la fase più acuta della crisi finanziaria internazionale, e il calo ha colpito in misura straordinaria proprio le piccole e piccolissime imprese.
Le micro-imprese, con meno di 10 addetti, sono 3,8 milioni e contano 7,5 milioni di dipendenti (dato 2001) il 46 % del totale. Sarebbe giusto quindi che questi strumenti anticrisi arrivino davvero a loro. Perché senza questi paletti (o altri simili) è troppo facile che a beneficiare dei fondi siano i soliti pesci. Quelli grossi. E mi sembra francamente che il provvedimento che ha definito gli aiuti al settore auto (e all’edilizia, ecc.) abbia già data una buona mano alle imprese di maggiori dimensioni.
Più complesso, anche se utile, pensare poi a forme di controllo sull’effettiva distribuzione dei finanziamenti garantiti. L’AD di un grande gruppo bancario sosteneva pochi giorni fa che le banche dovrebbero erogare credito alle imprese con difficoltà di tipo congiunturale e non a quelle con difficoltà strutturale. Ma sulla base di quali parametri fare queste valutazioni, specialmente nel caso delle PMI? I dati di bilancio sono opachi, le motivazioni di richiesta fido non sono sempre trasparenti.
Leggevo, che "è necessario quindi che le
banche, in particolare quelle di grandi dimensioni, riescano a compiere
un salto culturale nella valutazione del merito del credito, ricordando
che gli aspetti relazionali e il radicamento nel territorio sono
essenziali per una corretta attività di erogazione". Giusto, peccato che i sistemi di rating implementati per Basilea 2 vadano proprio nella direzione opposta, di non tener conto degli aspetti relazionali e delle informazioni "deboli", ma solo di dati "oggettivi" (di bilancio e non), e di spostare i centri decisionali in entità separate da chi gestisce il rapporto con il cliente (e che quindi si perdono proprio gli aspetti conoscitivi derivanti dalla conoscenza diretta).
In aggiunta, qualsiasi "salto culturale" (si ribadisce, opposto a quello intrapreso pochi anni fa con Basilea 2) richiede tempi molto più lunghi di quelli che la crisi ci consente.
E' indispensabile quindi che l'accesso alle garanzie sia garantito a tutte le pmi sulla base di procedure certe, trasparenti e semplici, basate cioè su pochi parametri concreti e facilemente accertabili, valide per tutti, e non sia rimessa all'autonoma (e diseguale) valutazione di ciscun ente erogatore. Potrebbe risultare utile aprire uno sportello esterno al sistema bancario e allo stesso sistema dei confidi (le prefetture per esmpio?) che coordini le richieste e aiuti le aziende ad inoltrarle presso il sistema dei confidi e delle banche.
Occorre individuare soluzioni semplici a problematiche complesse e articolate. E in breve tempo. Per salvare il patrimonio più prezioso dell'economia italiana, le imprese di minori dimensione e per tutelare i lavoratori che in esse sono occupati.