Al termine "rating" associamo normalmente le agenzie internazionali come Moody’s, Standard & Poor’s o Fitch IBCA, quando danno il voto sull’affidabilità finanziaria dell’Italia, o sulle emissioni di bond dei paesi emergenti, oppure quando valutano banche o grandi imprese quotate. E' difficile pensare che da ormai diversi mesi anche le nostre piccole e medie imprese si stanno confrontando con questa parola: rating...
Prima di tutto... rating letteralmente vuol dire semplicemente "valutazione". Valutazione, quindi, della credibilità di uno Stato, di una sua emissione finanziaria, di un'impresa. Valutazione delle nostre imprese e della loro capacità di credito.
La normativa di Basilea 2 è estremamente complessa, su questo sono d'accordo tutti, e, d'altro canto, fissa solo le linee guida, lasciando ampio spazio alle banche, sotto il controllo delle autorità centrali (Banca d'Italia, da noi), quanto alle metodologie ed ai processi che porteranno alla definizione del rating.
Preciso subito che Basilea non obbliga le banche ad utilizzare procedure di rating interno. In pratica, ogni banca potrà scegliere tra tre strade alternative previste dall'accordo:
• il metodo standard (Standard Approach), che rappresenta il livello minimo di adeguamento;
• il metodo "IRB" (Internal Rating Based approach) di Base (Foundation);
• il metodo IRB Avanzato.
Il c.d. Standard Approach non si discosta molto dal sistema attuale, introdotto dal 1° accordo di Basilea del 1988, che prevede un "accantonamento" dell'8% a fronte di ogni impiego (impone in realtà che la banca disponga di mezzi propri pari all'8% degli impieghi verso le imprese private).
Rispetto al disposto della normativa dell'88, tuttavia, viene qui introdotto un correttivo per legare maggiormente i requisiti patrimoniali al rischio derivante da ciascun impiego: in pratica per determinare il capitale assorbito da ogni attività (da ogni prestito erogato dalle banche) dovranno essere utilizzato un coefficiente di ponderazione commisurato al rischio ed il Comitato propone di basare queste ponderazioni su valutazioni esterne della qualità creditizia (rating esterni, da Moody's ecc.).
Queste ponderazioni consentiranno di ridurre gli accantonamenti di capitale per gli impieghi verso le aziende con rating molto buoni (AAA, AA, A, ecc.) e di maggiorare gli accantonamenti a fronte di impieghi verso le imprese con i rating peggiori (CCC, D, ecc.) mentre per gli impieghi verso aziende con rating medi e verso aziende senza rating la ponderazione sarà neutrale (100%).
E' evidente che, considerato il limitatissimo numero di aziende italiane che dispongono di un rating esterno, di fatto questo approccio non porterà particolari benefici alle banche, lasciandole praticamente nella situazione attuale.
Quanto ai metodi IRB, "Internal Rating Based" cioè basati sui rating interni, senza entrare nel merito delle differenze tra metodi IRB di base ed avanzati, va osservato che l'adozione dell'approccio più avanzato (cd. Advanced Approach) dovrebbe consentire i più rilevanti vantaggi sul piano regolamentare ed operativo, nonché i maggiori benefici patrimoniali, a fronte di una maggior complessità operativa, quindi a maggiori costi di implementazione.
In realtà, sulle scelte delle singole banche è stato determinante il ruolo di Banca d'Italia, che ha spinto tutti i grandi gruppi bancari italiani all'adozione degli approcci basati sui modelli interni . Così mentre i maggiori istituti hanno puntato da subito al "terzo livello" (IRB Advanced) le altre banche perseguiranno l'obiettivo di allinearsi, anche gradatamente nel tempo, almeno al secondo livello.
Alla vigilia dell'entrata in vigore di Basilea 2 (1° gennaio 2007) ci si attende che ancora molte piccole banche sceglieranno l'approccio standard, di più facile e meno costosa implementazione, anche se molte si stanno comunque dotando di strumenti informatici e procedure interne più sofisticate per valutare la qualità creditizia delle imprese loro clienti.
Vediamo più da vicino cosa sono i metodi IRB. Qui occorre osservare che il Comitato di Basilea ha fornito soprattutto un quadro di riferimento, non regole dettagliate. Ogni banca ha potuto quindi implementare un metodo di calcolo del rating interno secondo la propria cultura e sensibilità (pur nel soddisfacimento di alcuni requisiti minimi posti dall'accordo e verificati da banca d'Italia). Il risultato è che il modello di rating della Banca A potrà differire anche significativamente da quello adottato dalla Banca B. Ciò sia con riferimento agli elementi considerati che al peso attribuito a ciascuno di essi.
I metodi IRB possono essere definiti (il corsivo è di G.Torriero dell'ABI) un “insieme strutturato e documentabile di metodologie e processi organizzativi che permettono la classificazione su scala ordinale del merito di credito di un soggetto e che quindi consentono la ripartizione di tutta la clientela in classi differenziate di rischiosità, a cui corrispondono cioè diverse probabilità di insolvenza”.
Quindi le imprese saranno valutate, con riferimento alla rischiosità, cioè alla probabilità di insolvenza, sulla base di una scala ordinale di merito e attraverso l'utilizzo di metodologie e di processi organizzativi adatti (e approvati da Banca d'Italia, come dicevo sopra).
Secondo le indicazioni previste dall'Accordo, per poter utilizzare i metodi IRB le banche dovranno dimostrare di avere adottato l'uso interno dei modelli da almeno tre anni. Per questo già da diversi anni i maggiori istituti si sono impegnati nella definizione dei propri modelli e delle proprie metodologie di rating .
Segnalata quindi l'ampia discrezionalità di cui godranno le banche per definire i propri metodi IRB, resta da chiedersi quali elementi di valutazione utilizzeranno in concreto le banche. Possiamo identificare diverse classi di elementi:
• caratteristiche proprie dell'azienda cliente: capacità storica e futura di generare liquidità, struttura patrimoniale, flessibilità finanziaria, qualità dei ricavi, qualità e tempestività delle informazioni, management, posizione nel settore...
• caratteristiche e andamento del settore in cui opera l'azienda; si tratta di informazioni legate al settore, al mercato in generale e al mercato locale;
• andamento del rapporto banca / azienda; si tratta di tutti quegli elementi che la banca può desumere dal rapporto storico con il cliente (utilizzo degli affidamenti, sconfini, insoluti, ecc.);
• andamento del rapporto azienda / sistema bancario, tipicamente dati desumibili dalla Centrale dei Rischi e da strumenti analoghi.
Come si vede le imprese hanno molti elementi su cui lavorare per evitare di giungere impreparate all'appuntamento con il rating. Non solo dovranno adoperarsi per migliorare la propria struttura finanziaria e patrimoniale, ma anche la quantità, la qualità e la tempestività delle informazioni fornite ai finanziatori esterni.

